Batteria, oh mia batteria!

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Display più definiti, fotocamere più potenti, processori più performanti, più RAM. Sono queste le principali caratteristiche hardware che vengono maggiormente curate al lancio di nuovi modelli di smartphone (e tablet) top di gamma, accompagnate da funzionalità “smart” personalizzate e tanti piccoli accorgimenti per ottenere un risultato finale competitivo ed efficiente. Ma sono proprio queste le caratteristiche che necessitano maggiormente di una rinfrescata?

Diciamocelo, è ormai diverso tempo che i telefoni cellulari di ultima generazione subiscono solo piccoli aggiustamenti, senza mai offrire caratteristiche effettivamente innovative. Insomma, non siamo passati da display in bianco e nero a quelli Full HD solo negli ultimi mesi. I processori non sono passati da quelli di un Amiga a un quad-core da 1,8 GHz nel giro di poche settimane. Idem per le fotocamere e le altre specifiche di base. Soprattutto negli ultimi 2 anni, l’evoluzione hardware degli smartphone è stata significativa, ma non rivoluzionaria. Le prestazioni sono aumentate, ma non c’è un abisso tra “vecchio” e “nuovo”. Prendiamo un iPhone 4 e un iPhone 5, o un Galaxy S II e un Galaxy S IV, ormai prossimo alla commercializzazione. Tante novità, certo, ma una base che li accomuna tutti in modo evidente e prestazioni che si discostano relativamente poco, rispetto a quanto la tecnologia ci abbia abituato a progredire in maniera estremamente rapida.

E questo probabilmente perché quello che i device mobile offrono oggi in termini prestazionali è sufficiente a garantirne un utilizzo “pesante” per diverso tempo. Chi ha davvero la necessità di passare da una fotocamera Full HD da 8 mpx a una da 13 mpx che offre un risultato pressoché identico? Chi ha davvero la necessità di passare da un quad-core da 1,4 GHz a uno da 1,7 GHz con prestazioni simili tra loro? Dove sono le differenze sostanziali, al di là della pura necessità di avere l’ultimo modello in circolazione, piuttosto che per semplice passione, tra un nuovo cellulare e uno con qualche mese di vita?

Possiamo dunque affermare senza timore che le prestazioni dei device di oggi sono adeguate, in linea con le aspettative. Tranne che per una, fondamentale caratteristica: le batterie. Il cuore dei nostri smartphone e tablet è l’elemento che più necessita di rinnovamento, e che invece si propone come l’unico vero grande limite dei dispositivi portatili di ultimissima generazione.

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Tutti si sono ormai resi conto che con i modelli più recenti è un miracolo arrivare a sera senza doversi preoccupare, nel vero senso del termine, di trovare una presa di corrente o una porta USB a cui attaccarsi per non restare senza la preziosa energia che ci tiene connessi col mondo. E questo nonostante si utilizzino diversi accorgimenti: schermo con luminosità automatica, connessioni alla rete gestite ad hoc, servizi in background tenuti sotto stretta osservazione, eccetera. Senza contare tutte le altre ottimizzazioni software che dovrebbero accompagnare la nostra vita quotidiana restando sempre attive, ma che rischiano di pesare eccessivamente sull’autonomia della batteria.

Google ha da poco introdotto il suo concetto di assistente virtuale, Google Now. Un sistema composto da tante piccole funzioni che interagendo tra di loro restituiscono in tempo reale informazioni utili agli utenti, sulle più comuni attività che lo accompagnano nella propria giornata. In base a dove ci si trova, Google Now è infatti in grado di offrire informazioni sul traffico, sui luoghi che vale la pena di fotografare, sui punti di interesse attorno a noi, oppure di aggiornarci sulle informazioni dei voli quando stiamo per partire, su un evento che abbiamo fissato sul calendario e tanto altro. Peccato che per poter fare tutto questo è necessario che l’assistente si connetta continuamente alla rete e che si appoggi alle funzioni di localizzazione. Con un conseguente salasso per la carica residua della batteria.

Il risultato è che la stragrande maggioranza degli utenti finisce col disattivare buona parte delle utility di Google Now, se col disattivarlo del tutto. Ma questo è solo un esempio. Sono decine e decine le funzionalità di qualsiasi smartphone, di qualsiasi produttore, con qualsiasi OS a restare inutilizzate per non gravare sulla capacità della batteria di arrivare, almeno, fino a sera. E allora che senso ha? Perché spingere su innovazioni software e hardware se poi il terminale stesso non è in grado di offrire la base necessaria a sfruttarle appieno almeno per un giorno intero? Non è concepibile passare tutto il giorno con batterie di riserva esterne in tasca o nella borsa. A cosa serve realizzare telefoni ultra sottili se poi bisogna sempre munirsi di un accessorio in più per farlo funzionare? Sarebbe meglio forse girare sempre con un caricabatterie a filo a portata di mano, collegandosi maniacalmente a qualsiasi presa di corrente? Il concetto stesso di “mobile” andrebbe a farsi benedire. Siamo passati dal telefono a filo a quello senza fili per tornare ad essere dipendenti da un cavo?

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Eppure gli addetti ai lavori sembrano continuare a preferire lo sviluppo dei componenti hardware che abbiamo accennato prima, probabilmente perché fanno più rumore, conquistano maggiormente l’interesse degli utenti, i primi a lamentarsi dell’autonomia dei loro device e gli ultimi a puntare i piedi per pretendere che qualcuno si impegni seriamente perché si cerchino soluzioni alternative per garantire una durata più soddisfacente delle batterie di smartphone e tablet.

Restano comunque i grandi produttori i primi responsabili. Sono loro che dovrebbero investire maggiormente nellaricerca, per mandare in pensione le attuali batterie agli ioni e ai polimeri di lito, che tanto bene hanno fatto, ma ormai al limite delle loro potenzialità. Provando a guardarsi intorno, sono però poche le strade attualmente percorribili: inutile pensare a soluzioni a energia solare o fonti alternative, ancora troppo poco pratiche e troppo poco efficienti per proporsi come reale alternativa. Troppo poco concrete anche quelle basate su stravaganti reazioni chimiche, o su nuove tecnologie che garantiscono la capacità di ricaricarsi per un numero infinito di volte, quando la vita media di un telefono cellulare smart è di circa un paio d’anni, periodo in cui bene o male le prestazioni di una batteria al litio non subiscono un drastico ridimensionamento.

L’unica vera soluzione, o forse l’unica per la quale è lecito nutrire qualche speranza, arriva dallo statunitense Argonne National Laboratory, convinto che la sua ricerca sulle batterie Litio-Ariapossa essere la più concreta nel prossimo futuro. Una nuova tecnologia che punta a sostituire quelle agli ioni di litio attuali, anche in funzione di mezzi di trasporto basati su motori elettrici. Si tratta di batterie in grado di risultare 5 volte più potenti e allo stesso tempo 5 volte più economiche, oltre che più sicure.

Purtroppo anche in questo caso non possiamo aspettarci risultati nell’immediato, a dimostrazione di quanto ancora sia difficile superare una volta per tutte l’ostacolo dell’autonomia limitata dei nostri gadget elettronici: i primi prototipi sono piuttosto instabili e difficili da ricaricare e ancora non si parla di applicazioni per piccoli dispositivi.

Come si può dunque guardare con ottimismo al futuro degli smartphone, se lo spettro delle pile non sufficientemente performanti continua ad aleggiare sulle novità? Non sarebbe il caso di tentare di ottimizzare le tecnologie attuali per garantire autonomie perlomeno decenti? Ha davvero senso continuare a incaponirsi su schermi da urlo, fotocamere pazzesche e processori da astronave, se poi il device è reso monco da una batteria inadeguata?