Il vortice dei click sta uccidendo la credibilità di Internet

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O meglio, sta uccidendo il senso di “diffusione delle informazioni” che attribuiamo al web. Tutti noi abbiamo imparato più o meno rapidamente ad utilizzare la rete come uno strumento immediato per reperire informazioni e restare aggiornati su qualsiasi argomento, senza dover attendere le canoniche 24 per la stampa dell’ultimo numero del nostro quotidiano preferito e col vantaggio di poter contare su una quantità di materiale decisamente più elevata.

In un click possiamo restare aggiornati sulla cronaca che coinvolge praticamente l’intero pianeta, pochi minuti dopo che si sono svolti i fatti, una vera e propria finestra sul mondo, un’enciclopedia senza confini da consultare in qualsiasi istante. Ma c’è un fenomeno che, soprattutto negli ultimi mesi, rischia di disintegrare la credibilità stessa della rete: il business dei click.

Non scopriamo l’acqua calda quando ci accorgiamo che ogni nostro click, nel web 2.0, corrisponde ad un rientro economico per qualcun altro, specialmente grazie ai banner pubblicitari onnipresenti. Più visibilità un sito riesce ad ottenere, più varranno i suoi spazi pubblicitari, più guadagni otterrà vendendoli. Più o meno come accade in TV: più un programma è seguito, meglio riuscirà a vendere gli spazi dedicati alle promozioni che gli orbitano attorno.

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Ma con l’esplosione dei social network, Facebook in primis, si è assistito all’inizio di un trend piuttosto fastidioso, che col tempo si sta trasformando in una vera e propria mina vagante per l’intero ecosistema di Internet. Il primo passo è stato iniziare a sfruttare le pagine Facebook con molta visibilità per promuovere notizie dal titolo ambiguo, che attirassero l’utente a cliccarvi sopra, generando quantità industriali di click e re-indirizzamenti. Metodo semplice e diretto per fare quantità, a scapito della qualità dei contenuti. Non è raro, anzi, è molto facile imbattersi ad esempio in pagine che parlano di cucina, sport, internet, usi e costumi, e chi più ne ha più ne metta che pubblicano link a notizie che non c’entrano nulla col tema trattato sulla loro home. La prima reazione è cliccare, perché i titoli incuriosiscono davvero tanto, ma dopo un po’ molti iniziano ad ignorarle, se non eliminarle dalle preferite.

Ci troviamo quindi di fronte ad una situazione anomala, dove il senso stesso di “Pagina Facebook” per come la conosciamo viene snaturata, e se inizialmente le pagine che si prestano a questo giochetto possono essere quelle meno rilevanti, anche le più “serie” hanno recentemente iniziato a partecipare. Fortunatamente, però, questo business “dietro le quinte” sembra limitato ai soli social network. Ma proprio da questa pratica ne nasce un’altra, ancora più pericolosa: le notizie false.

Ovviamente ognuno di noi è tenuto a prendere con le pinze qualsiasi cosa venga distribuita in rete, il luogo attualmente più anarchico sul nostro pianeta, e pretendere il contrario sarebbe un’utopia. Diverso è però il discorso se la “bufala” viene strumentalizzata e sapientemente manovrata per ottenere lo stesso scopo delle “notizie equivocabili” di cui abbiamo parlato poche righe sopra: generare click.

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E l’effetto ottenuto è esponenzialmente più potente: bastano pochi minuti per inventarsi uno scandalo, magari riferito ad un personaggio famoso, perché questo inizi a diffondersi nel web in modo virale, facendo scatenare discussioni, flame e, soprattutto, reindirizzamenti capaci di generare un traffico incredibile, a tutto vantaggio di chi ha inventato la storia e di chi incassa dalla vendita dei relativi spazi pubblicitari.

Una delle tipologie di “bufale” più in voga è quella che attribuisce false dichiarazioni ai politici italiani, facendo leva sul loro tasso di gradimento ai minimi storici, che spinge gli utenti a dare per scontata la veridicità della news dando il là ad un carosello di commenti e ricondivisioni incredibile, anche fuori dagli ambienti dedicati ai social network. A prima vista potrebbe sembrare semplicemente una cosa fastidiosa, ma il rischio dietro a questa nuova moda è molto più elevato.

Il buon senso di chi utilizza Internet è infatti l’unica arma di difesa contro la concreta possibilità che l’intera credibilità del mondo virtuale, già sensibilmente in stato precario, possa crollare del tutto, mandando a quel paese il concetto di un web 2.0 libero, utile, pratico, trasformandolo in un contenitore di caos e ignoranza. Non esistono anti-virus o sistemi che possono scongiurare una simile minaccia. Ci si può solo sforzare di usare il cervello, prima di dare per scontata una notizia. Rendersi conto che anche se non siamo più bambini, non è tutto vero quello che ci viene raccontato, specialmente in rete. Abituarsi a selezionare con attenzione le proprie fonti, isolando quelle palesemente quelle che puntano solo ai click.

Sperare nel buon senso della “massa” è però forse più utopico che sperare nell’affidabilità stessa di un mondo virtuale senza confini.