L’irresistibile fascino della figura umana

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E dire che siamo vanitosi. Come razza, intendo: l’essere umano è vanitoso di natura. Amiamo vedere in tutto quello che ci circonda qualcosa di “umano”, dalla forma “umanoide”, con braccia, gambe e occhi. Ma non ci limitiamo ad immaginare: facciamo sì che tutto quello che creiamo ci somigli. Anche se non sempre i risultati sono effettivamente apprezzabili. È il caso dei cartoni animati e, ancora di più, dei robot.

Riusciamo a vedere un volto umano sul muso di un’auto, mentre gli alberi ci ricordano anziane figure con le braccia per aria. Siamo convinti, inconsciamente, che più un oggetto ci ricorda una forma umana, più risulta familiare, piacevole e sicuro. Mentre con statue e quadri l’uomo ha dato prova di un’abilità eccellente nell’immaginare se stesso, ogni qualvolta abbia tentato di “dare vita” alla propria idea di perfezione dell’essere umano il risultato è stato deludente, quasi grottesco, a partire dai semplici cartoni animati fino ai più moderni androidi.

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Basta infatti provare a riflettere su questo aspetto per un solo momento per accorgersi che quello che piace alle persone non è un robot esattamente identico a noi. Perché di fronte ad un robot di ultima generazione, innovativo e “intelligente”, la sensazione che si prova è di pura inquietudine. Affascinante, certo, ma decisamente inquietante trovarsi di fronte ad un cumulo di plastica, circuiti e metallo che ci osserva con uno sguardo impassibile. Non a caso i due compagni di viaggio artificiali di Guerre Stellari, R2-D2 e C3-PO, hanno conquistato i cuori di tutti gli spettatori: nonostante avessero entrambi gambe, testa e occhi (uno più dell’altro), erano facilmente distinguibili da un essere umano. Ed è proprio questo il punto: per quanto amiamo cercare la perfezione, desideriamo ancora più fortemente mantenere il controllo di quello che circonda, e in particolar modo vogliamo essere sempre in grado di saper distinguere chiaramente tutto quello che ci troviamo di fronte.

Il nostro istinto ci mette in guardia con la paura e la diffidenza se stiamo osservando qualcosa che fatichiamo ad identificare, pertanto associamo qualcosa di ambiguo e non definito come qualcosa che ci mette a disagio. E un robot troppo somigliante a noi è qualcosa che, anche se non ce ne rendiamo conto, non vogliamo avere tra i piedi. Immaginarsi di svegliarsi con un robot perfettamente identico ad un essere umano seduto ai piedi del letto è certamente più angosciante che trovare un androide a forma di aspirapolvere che ci porta la colazione.

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I giapponesi sono i fuoriclasse del settore: quasi a cadenza giornaliera eccoli sfornare nuovi androidi sempre più simili all’uomo, che muovono gli occhi e le labbra in modo verosimile, ma comunque platealmente “meccanico“. Mi ricordano sempre la testa esplosiva di Atto di Forza (Total Recall). Indimenticabile. E angosciante. Anche Super Vicky aveva un qualcosa che faceva venire i brividi, non trovate?

Con la stessa chiave di lettura, poi, si può provare ad analizzare i cartoni animati. Chi non ha amato Dragon Ball, i SimpsonLady OscarLupin e compagnia bella? Eppure, nessuno di questi rappresenta alla perfezione l’essere umano: mani a 4 dita, lineamenti stilizzati, capigliature inverosimili, occhioni sproporzionati e pelli giallastre, troppo giallastre. Senza contare quelli in cui gli animali, a causa di una qualche mutazione misteriosa, prendono il posto degli umani e ne assumono le sembianze.

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Ma nonostante tutto li preferiamo ai tentativi senza successo di disegnare o programmare a computer personaggi troppo reali, perché in fondo non vogliamo intrattenerci con un personaggio identico in tutto e per tutto a noi, digitale o a matita e china che sia, ma abbiamo bisogno di lasciare viaggiare la mente, lasciare che ad intrattenerci non sia qualcosa di scontato: le persone reali lasciamole alla vita reale, molto meglio un omone dalla pelle gialla che si ubriaca di birra con le sue 4 dita tozze!

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Tutto questo ci porta ad una considerazione decisamente più universale, applicabile praticamente a qualsiasi altro campo e che da sempre contraddistingue la nostra razza, e la natura stessa, per quanto l’uomo sia innamorato di se stesso, ma ancora di più di quello che non gli somiglia: diverso è bello, grazie al cielo!